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Remigiusz Grzela

Le stigmatizzate

DRAMMA IN DUE ATTI

 

 

Tutti gli avvenimenti rappresentati si basano su fatti reali
VOCE e LEI - la stessa persona, una donna sui cinquant'anni, folti capelli scuri

FIGLIA
- una ragazza sui 20 anni

PSICOLOGA
- quarantenne

GIORNALISTA
- un giovane

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA

 

 

Inizi anni '50. Studio di un'emittente radiofonica. GIORNALISTA e PSICOLOGA dietro un grosso microfono.

GIORNALISTA: Credo che dovremmo considerare il senso di colpa sotto un altro aspetto. Non è forse vero che certe persone, per vivere, hanno bisogno di sentirsi in colpa? Ne conosco alcune che sembrano nate per fustigarsi. Devono sentirsi colpevoli. Cosa ne pensa?
PSICOLOGA: E' una cosa che risale all'infanzia. Le bambine vengono colpevolizzate per non essere nate maschi. I bambini per non essere abbastanza bravi. Un bambino che cresce in un ambiente saturo di valori negativi, in cui viene sminuito, in cui qualsiasi altra cosa è meglio di lui sarà sempre tormentato dal senso di colpa e dalla difficoltà di riconoscerlo.
GIORNALISTA: Abbiamo al telefono un'ascoltatrice che vorrebbe prender parte alla discussione.
VOCE
: Sto seguendo la vostra conversazione e vorrei raccontarvi la mia storia … cioè no, non la mia …

GIORNALISTA: Cosa significa la mia, non la mia?
VOCE: Non mia, perché non mi riguardava direttamente. Mia, perché mi ha toccato più di quanto si possa immaginare.
PSICOLOGA: Continui...
VOCE: Prima però vorrei farle una domanda.
PSICOLOGA: Mi dica.
VOCE: Lei ha figli?
PSICOLOGA (dopo una pausa piuttosto lunga, con un certo stupore): No.
VOCE: Allora non capirà queste parole.
PSICOLOGA: Questo non può saperlo.
VOCE: E la sua famiglia? Com'era?
PSICOLOGA: La mia famiglia? Cosa c'entra col nostro problema?
VOCE: C'entra più di quanto lei creda. Perché era la voce di uno dei genitori. Del padre.
PSICOLOGA: Come?
VOCE: Era una sentenza.
PSICOLOGA: Non capisco.
VOCE: Il padre disse: "Ti condanno a morire annegato!"
PSICOLOGA: L'ha detto a lei?
VOCE: Non a me … A me … Come se l'avesse detto a me … Più che a me ... mi ha fatto ancor più male … Fa soffrire … Ancora oggi ...
PSICOLOGA: Quando è successo? Nella sua infanzia?
VOCE: Ho già detto che non mi riguarda direttamente.
GIORNALISTA (si intromette, come se volesse sottolineare la sua presenza): Vorrebbe parlarcene?
VOCE (intimorita): Io... chiedo scusa. Non avrei dovuto telefonare.
PSICOLOGA
: Siamo qui per questo…

VOCE: No. Chiedo scusa.
GIORNALISTA: Non riattacchi per favore.

Il rumore di un telefono che viene riappeso. Il giornalista fa cenno alla regia di far partire la musica. Glenn Miller.

PSICOLOGA (ad alta voce): Per l'amor del cielo, cos'ha fatto? Non doveva interferire. Conosco il mio lavoro.
GIORNALISTA
(offeso): Le ricordo che questo è il mio lavoro. Volevo trattenerla.
PSICOLOGA
: Straordinario. Questa donna ha un problema serio. Dovevo parlare con lei. Non telefonerà più.

GIORNALISTA: A meno che non riusciamo a persuaderla.
PSICOLOGA: Crede?
GIORNALISTA: Possiamo almeno provare. Non abbiamo niente da perdere.

La musica tace.

GIORNALISTA (al microfono): Gentili ascoltatori, oggi la nostra trasmissione è dedicata al senso di colpa. E' nostra ospite la psicologa dottoressa Rebecca Isaacovitch. Vi invito a partecipare alla discussione. Dottoressa, riprendiamo dall'ultima telefonata. Ricorda la frase della nostra ascoltatrice?
PSICOLOGA: Certo... Era...
GIORNALISTA: Ecco, abbiamo il prossimo ascoltatore in linea. Ci dica.
VOCE: Ero io, prima dell'interruzione. Ho pensato che non è bello aver troncato la conversazione. Così ho richiamato. Scusate.
PSICOLOGA: L'importante è che sia di nuovo con noi. Vuole riprendere il discorso di prima?

Silenzio.

GIORNALISTA: E' ancora lì?
VOCE: Sì… Se voglio riprendere? Ho paura.

PSICOLOGA fa cenno al giornalista di restare in silenzio.

VOCE: Ho paura di rivivere quel momento. Sono già passati tanti anni - ed è come se fosse ieri, come se non fosse cambiato nulla. Sono vedova. Da quasi trent'anni ormai. E sono ancora in lutto. Sono morta nel 1924. Quando lui … ci ha lasciato.
PSICOLOGA: Suo marito?
VOCE: Marito? (Pausa). Ah sì, mio marito. Il padre di mia figlia. Sì. Mio marito. Sì, la parola marito è la più adatta alla situazione. Come se fossi sua moglie, vero?
PSICOLOGA: Può spiegarsi meglio? Confesso di non capire.
VOCE: Non è difficile. Lo amo ancora. E anche lui mi ha amato molto. Mio Dio. Sì. Solo ora, pronunciando questa parola, comprendo che lui mi ha plasmato, che mi ha generato dalle sue paure, a difesa da se stesso, come se volesse fare di me un baluardo contro la sua paura. Contro il suo senso di colpa.
PSICOLOGA: Esatto, ne parlava già prima…
VOCE: Io? Ah sì.... Giusto. Doveva essere così. Si sentiva in colpa, si sentiva sempre in colpa. Posso capirlo. Non era di qui. Non era un essere di questo mondo. Era troppo moderno per il suo tempo. Era così sensibile che un solo granello di polvere o un semplice respiro potevano spezzarlo. Provi solo a pensare alle parole pronunciate contro di lui. Da parte del padre. A quell'uomo tanto sensibile. Fu per lui l'inizio della fine. E l'inizio dell'inizio. Quella sentenza paterna fu per lui definitiva. E lui si è gettato dal ponte… No. L'incidente non c'è stato. Non s'è gettato davvero. E' come se per tutta la vita non avesse fatto altro che gettarsi dal ponte - come per obbedire a un ordine. Penso che temesse molto il padre. Forse l'ha odiato e amato al tempo stesso, non poteva opporgli alcuna resistenza.
PSICOLOGA: Sì, capisco. Vada avanti.
VOCE: Lei non può capire. Proprio nulla. Un uomo come LUI nessuno potrà capirlo davvero. Tutti sono convinti di sapere - ma in realtà non sanno niente. Era un enigma vivente.
PSICOLOGA: Suo marito?
VOCE: Marito?
PSICOLOGA: Parla sempre di suo marito?
VOCE: Sì. Di quell'uomo. Mio marito.
PSICOLOGA: Lei l'aveva capito?
VOCE: Io? Io ero solo una sciocca. Ero giovane. Non avevo esperienza. Io l'ho soltanto … amato. Era tutto il mio mondo. La mia salvezza.
GIORNALISTA: Salvezza? Da cosa?
VOCE: Da me stessa.
PSICOLOGA: Non capisco.
VOCE: Ho detto che non è facile capire. Solo lui ne era capace. Solo lui potrebbe capire, e spiegare. Lui solo.
PSICOLOGA: E il padre? Lei ha parlato del padre di suo marito.
VOCE: Padre… Anche lui era un padre. Il padre di mia figlia. Il padre di nostra figlia… Era un altro padre.
PSICOLOGA: Ed era meglio?
VOCE: Mio Dio, che domanda… Se solo l'avesse conosciuta. Se l'avesse conosciuta.
GIORNALISTA
: Conosciuta? Chi?

VOCE: La nostra bambina. Se si fossero conosciuti.
PSICOLOGA: Non ha mai conosciuto sua figlia?
VOCE: L'ho già detto… Ho detto che… che è passato molto tempo da quando non è più con noi ... E' passato così tanto tempo da quando ci ha lasciato, che sembra ieri. Nostra figlia è nata …
PSICOLOGA: Sì?
VOCE: Nostra figlia… Lei … Che differenza fa se è nata più tardi, molto tempo dopo? Non ha alcuna importanza. E' sempre la nostra bambina… Sarebbe orgoglioso di lei. Molto orgoglioso.
PSICOLOGA: E suo padre?
VOCE: Il padre… Sì. Il padre l'ha distrutto. L'ha ucciso. Una notte, quand'era ancora piccolo…
PSICOLOGA: Chi? Suo marito?
VOCE: Mio marito? Ah sì. Aveva chiesto a suo padre dell'acqua… E quel mostro, quel mostro l'ha tirato giù dal letto e l'ha messo fuori sul balcone come se fosse un vaso da fiori. Il bambino aveva solo una camiciola addosso. E fuori faceva freddo. Ce l'ha messo e l'ha chiuso lì fuori, per calmarlo. E il bambino è quasi morto di paura, piangeva, chiamava: mamma, mamma. Ma tutti avevano paura del padre, e così nessuno l'ha aiutato. Era lì che gridava tutto solo, che urlava solo a se stesso. Riesce appena ad immaginarlo? Lei mi ha chiesto del padre, dei suoi metodi… Devo continuare? Sa, ci sto male ancora oggi a raccontarlo. Il dolore mi esplode dentro, potrebbe dilaniarmi… Come fossimo una cosa sola. Ha presente le due mezze mele? Così era di noi.
GIORNALISTA: Suo padre… Era… Non è mai stato buono di animo?
VOCE: Forse non è mai stato malvagio.
PSICOLOGA: Potrebbe spiegarcelo?
VOCE: Questo è il suo lavoro.
PSICOLOGA: Vuol dire che il padre di suo marito in fondo non era cattivo…
VOCE: Esatto.
GIORNALISTA: Cosa devo capire? Ha detto ch'era un mostro....
VOCE: Sì… Perché… Vede… ne' io ne' lei dovremmo giudicare. Ho detto ch'era un mostro per la sua instabilità, per il suo turbamento emotivo. Forse non si rendeva nemmeno conto del male che faceva. Era convinto di agire nel modo migliore. Sa cosa gli ha detto… Che lui… L'ha sempre amato… Perché allora? Per quale ragione l'ha ucciso?
PSICOLOGA: Può essere pericoloso lasciarsi trascinare dall'ambizione e dall'eccesso di autorità. Forse anche lui ne ha….
VOCE: Sofferto? Ci ho riflettuto molto... E ho sperato che...
PSICOLOGA: Che?
VOCE: Che soffrisse… che abbia sofferto anche lui. Che stesse male, che fosse anche per lui come morire tutte le volte che lo uccideva, che lo distruggeva con le sue continue osservazioni.
PSICOLOGA: Perché voleva suo marito a propria immagine… Se non rispondeva alle richieste del padre meritava di essere punito… Anche se il padre doveva soffrire due volte. La prima, quando suo figlio non corrispondeva alle sue aspettative, la seconda quando si infilava la toga del giudice per….
VOCE: Pronunciare la sua sentenza, vero?
PSICOLOGA: Sì, perché a volte è difficile forzare se stessi e lasciarsi guidare, invece che dal senso di autorità ... dalle emozioni.
VOCE: Mi scusi, lei però ha come metro di paragone solo delle ipotesi scientifiche, ma la vita non è un manuale di psicologia… Capisce? Quel dolore, che ha toccato entrambi, non possiamo misurarlo con delle teorie scientifiche. Capisce?
PSICOLOGA: Sì. Capisco. Sto cercando di aiutarla…
VOCE: Aiutarmi? No. Nessuno mi può aiutare. Non è per questo che ho telefonato. Non è per questo che le ho parlato di lui.
GIORNALISTA (provocatoria): Perché allora?
VOCE: Perché io ora… sono… molto…sola…
PSICOLOGA: E sua figlia?
VOCE
: Con mia figlia non posso parlare di queste cose. Lei è qui, ma è anche molto lontana… E' qui ora…Qui… Lontana…

PSICOLOGA: Lo farà ancora…
VOCE: Di telefonare? Non ne ho idea… Forse… No. Non so. Telefono…
GIORNALISTA: La ringraziamo per averci chiamato. Gentili ascoltatori voglio ricordarvi che oggi abbiamo avuto ospite della nostra trasmissione la psicologa dottoressa Rebecca Isaacovitch, con cui abbiamo parlato del senso di colpa … di torti e riparazione. Avremo di nuovo con noi la dottoressa Isaacovitch venerdì alla stessa ora. Non dimenticate di inviarci le vostre osservazioni, la vostre opinioni, le vostre lettere. A risentirci…

Musica. Gershwin.

GIORNALISTA e PSICOLOGA raccolgono le carte dal tavolo. Si stringono la mano. Si spengono le luci.

 

 

SCENA SECONDA

 

Un piccolo appartamento piuttosto trascurato. La FIGLIA siede alla finestra, assente, con lo sguardo fisso. Un silenzio spettrale. LEI entra in casa. Ha in mano le borse della spesa. All'improvviso tutto si anima. La FIGLIA si gira verso l'interno e getta un'occhiata a LEI.

FIGLIA: Ah, sei già qui.
LEI (appoggia le borse della spesa): Sì. Sono già tornata, tesoro. Te l'avevo detto che non sarei stata via molto.
FIGLIA: Lo so. Ma non devi dimenticare. Non devi mai dimenticare che io … ho paura.
LEI (si avvicina alla figlia, la stringe a sé): D'accordo. Va bene, tesoro. Sono qui. Sono qui. Va tutto bene.

FIGLIA si stringe a LEI, come se fosse successo qualcosa di brutto, singhiozza.

LEI: Va tutto bene. Lo sai che non ti abbandonerei mai.
FIGLIA: Lo so… Promettimi …. Che non mi abbandonerai …. Mai.
LEI: Ma certo. Non ho nessuna intenzione di abbandonarti. Ha telefonato qualcuno?
FIGLIA: No. Proprio nessuno.
LEI: Preparo la cena. E poi parliamo, d'accordo?
FIGLIA: Ti ho aspettato.
LEI: Lo so.
FIGLIA: Sei tornata presto. Va bene. Devo essere adulta. Mi leggi qualcosa?
LEI: Che cosa?
FIGLIA: Mi leggi qualcosa del babbo?
LEI: Sì. Dopo cena, d'accordo?
FIGLIA: E mi canti anche qualcosa?
LEI: Va bene, canto. Cosa devo cantarti?
FIGLIA: Canti così bene… in quella lingua…
LEI: Un giorno l'imparerai anche tu. Te la insegnerò, va bene? E' per questo che raccolgo questi canti - perché restino, per insegnarli… a te.
FIGLIA: Cantavi anche per il babbo?
LEI: Ero solo una sciocca allora. Ero giovane. Giovane come te.
FIGLIA: Sono una sciocca anch'io? Tu credi ch'io sia stupida?
LEI: Ma no. Io ero stupida in confronto a tuo padre. Lui era così… intelligente. Conosceva molte più cose, e meglio. Ma non se ne vantava.
FIGLIA: Tu pensi che io sia stupida, vero?
LEI: No. Io credo che tu sia intelligente. Come lui, come tuo padre. Peccato che tu non l'abbia conosciuto. E che lui non abbia conosciuto te.
FIGLIA: Mamma, ma com'è possibile? Zia Sara ha detto che… Zia Sara ha detto che lui non…
LEI: Zia Sara è stupida. Non capisce.
FIGLIA: Però ha ragione.
LEI: Chi ha ragione? Sara?
FIGLIA: Sì, perché io...
LEI: Cosa?
FIGLIA: Lui non può...
LEI: Lui è...
FIGLIA: Ma io sono...
LEI: Una volta per tutte. E' lui tuo padre. Solo lui.
FIGLIA: E il mio secondo padre?
LEI: Il tuo secondo padre era solo… mio marito… Io ne avevo bisogno...
FIGLIA: Per mettermi al mondo?
LEI: Per metterti al mondo.
FIGLIA: Per donarmi a LUI?
LEI: Donarti? Piccola, cosa dici? Ti ho regalato un padre. Tu non l'hai conosciuto, ma lui sì, lui ti voleva davvero.
FIGLIA: Per questo mi hai messo questo nome - il suo, al femminile. … Un nome che…
LEI: Che cosa?
FIGLIA: La zia Sara ha detto che tu con questo nome mi hai messo un marchio.
LEI: Allora ha telefonato?
FIGLIA: Chi?
LEI: Sara.
FIGLIA: Sì. Però mi ha pregato di non dirtelo.
LEI: Perchésapeva di sbagliare. Tu ti fai mettere contro di me - proprio contro tua madre, contro tuo padre. Lasci che il tuo nome sia trascinato nel fango… Perché?
FIGLIA: Mamma. Lo sai che non volevo fare niente di male. Io so perché l'hai fatto. Lo fai per me. Lo so bene.
LEI: Non dare ascolto a Sara, bambina. Non ha la testa a posto. E' pazza. Completamente pazza.
FIGLIA: Non dire così, mamma. Ha buone intenzioni… verso… di noi. Ti vuole molto bene. Perché non vuoi parlare con lei?
LEI: Non è vero. Ti mette contro di me e contro tuo padre. E questo non mi piace.
FIGLIA: E il mio secondo padre? Perché non posso incontrarlo?
LEI: E' meglio di no. Non è una buona idea. Tu hai già un padre.
FIGLIA: Non è più vivo.
LEI: Lui vive. Lui solo sopravviverà. Sopravviverà a tutti noi. Lui solo. Devi crederlo fermamente. Tu sei come lui. Hai gli occhi e il naso come lui. E ti muovi come lui. E parli come lui. Vedi. Lui vive. In te.
FIGLIA: E' morto.
LEI: No. E' in te.
FIGLIA: E' dentro di me, senza vita. Sta sotto il mio cuore. Morto e freddo. Sta lì. E' in decomposizione. Per questo ho sempre il vomito.
LEI (si avvicina alla FIGLIA, la stringe a sé, l'accarezza): Non dirò più nulla, ora. Più nulla. Sì, va bene. Va bene, figliola.
FIGLIA: Non va bene proprio per niente, perché non faccio altro che vomitare. E' a causa sua che non riesco a mangiare, perché lui … imputridisce dentro di me. Per questo non posso mangiare. Per questo non posso mangiare!
LEI: Non è vero. Tu ti riduci alla fame…
FIGLIA: Io? Sei tu la causa.
LEI: Sì... va bene.
FIGLIA: Non posso mangiare perché lui sta marcendo dentro di me. E non riesco mai a rigettarlo del tutto. E tu mi costringi sempre a mangiare. Ma io non posso mangiare, capisci? Io rigetto lui e tutto quello che mi hai costretto a mangiare. Ma non riesco a liberarmi completamente.
LEI: Va bene… calmati. Va bene.
FIGLIA: Io sono calma. Sono molto calma.
LEI: Distenditi. Coricati. Preparo la cena.
FIGLIA: Mi vuoi costringere ancora a mangiare. Ancora. Non mangerò niente. Niente.
LEI: Devi mangiare qualcosa. Devi.
FIGLIA: Non posso. Lo capisci?
LEI: Non puoi ridurti alla fame.
FIGLIA: Certo che posso.
LEI: Non dire così.
FIGLIA: E il babbo allora?
LEI: Il babbo cosa?
FIGLIA: Di cosa è morto?
LEI: Lo sai, aveva la tubercolosi.
FIGLIA: E la zia Sara…
LEI: Ancora? Cos'ha detto ancora Sara? Lei lo sa che aveva la tubercolosi.
FIGLIA: La zia Sara ha detto che non mangiava.
LEI (tace).
FIGLIA (gira tutt'intorno a un grosso tavolo, come giocasse a rincorrersi. A voce alta in direzione della madre, in piedi accanto alla finestra):

Di fame si lasciò morire
la sua giovane vita ebbe a finire
Vecchio serpente
la sua vendetta fu d'imputridire.

LEI non dice niente. Piange.

FIGLIA:

Di fame si lasciò morire
la sua giovane vita ebbe a finire
Vecchio serpente
la sua vendetta fu d'imputridire.

LEI (con le poche forze che le restano, molto composta): Smettila. Smettila, bambina.

 

 

SCENA TERZA

 

FIGLIA distesa sul divano. LEI con un libro accanto alla FIGLIA.

LEI (legge): "E poi, non posso fare come facevo sempre da bambino nelle situazioni difficili? Non ho neppure bisogno di andare proprio io in campagna, non è necessario. Vi mando il mio corpo vestito. Se esce vacillando dalla porta della mia camera, quel suo barcollare non è sintomo di paura, ma della sua nullità. E non si tratta di emozione, quando incespica sulla scale, quando singhiozza nel prendere il treno per la campagna e, una volta là, inghiotte cibo piangendo. Poiché io, durante tutto questo tempo, me ne sto coricato sul mio letto, con una coperta scura ben stesa su di me, esposto all'aria che soffia dalla porta semiaperta. Nella strada vetture e passanti…" [**]
FIGLIA (finisce a memoria): "Nella strada vetture e passanti passano, esitando sul terreno liscio, perché io sogno ancora…" E' così bello, mamma, quando parla dei sogni. Mi piace quando me lo leggi tu.
LEI: Non sapevo che lo sai già a memoria. Piace molto anche a me. Sai, quando stavamo insieme io non leggevo quello che scriveva. Non conoscevo le sue opere più importanti. Non me ne curavo. Per me potevano anche non esistere…
FIGLIA: E oggi?

LEI: Oggi lui vive in questi testi... Ho ancora il rimorso per quelli che ho bruciato...
FIGLIA: Tu li hai bruciati?
LEI: Me l'ha chiesto lui. E io gli ubbidivo. Li ho bruciati.
FIGLIA
: Allora anche tu l'hai ucciso?

LEI: E come?
FIGLIA: Lui vive nei suoi testi.
LEI: Ho solo fatto quello che mi ha chiesto.
FIGLIA: E il babbo ha sofferto molto?
LEI: Era un uomo straordinario. Ho sofferto anch'io. La morte tocca anche gli altri, non solo chi muore. Stavo per morire anch'io. E infatti sono morta.
FIGLIA: Mamma, non dire così. E io?
LEI: Io vivo per te.
FIGLIA: Allora non dire che sei morta. Perché a volte questa casa sembra … sembra una tomba. A volte ti invidio perchétu e il babbo avevate una vera casa… una casa felice.
LEI
: Eravamo felici.

FIGLIA: E non lo sei più?
LEI tace
FIGLIA: Vorrei che tu fossi felice… con me.

LEI: Ma la sono. La sono, bambina.
FIGLIA: A volte… ho paura … per te, mamma.
LEI: Per me ?
FIGLIA: Temo che tu possa impazzire.
LEI: E per quale motivo?
FIGLIA: Perché zia Sara ha detto che sei in pericolo.
LEI: Hai parlato molto con lei? Con Sara?
FIGLIA: Molto.
LEI: Ti ha fatto il lavaggio del cervello.
FIGLIA: No. Mi ha tranquillizzato.
LEI: E come, se hai paura.

FIGLIA: Mi ha tranquillizzato. Credevo di essere malata… ma la zia Sara ha detto invece che sono sana.
LEI: E sei sana infatti.
FIGLIA: Mamma, cantami qualcosa, per favore.
LEI: Lo desideri?
LEI canta un pezzo anteguerra in Jiddish
FIGLIA la guarda negli occhi.
LEI smette di cantare.
FIGLIA: Pensi che stareste ancora insieme… se fosse vivo?
LEI: Come faccio a saperlo?
FIGLIA: Ma tu cosa credi?
LEI tace.
FIGLIA: Allora… cosa pensi?
LEI: Non saprei...
FIGLIA: Forse preferisci… che… sia morto?
LEI: Questo no.
FIGLIA: Zia Sara dice che ti piace poterlo piangere.
LEI (ad alta voce): E' tuo padre. Merita rispetto. Non devi dare ascolto a Sara. E nemmeno parlare con lei. Ti vuole strappare a me. Ti vuole allontanare da me. Io ho solo te. Non devi parlare con Sara. Non dimenticarlo.
FIGLIA
: Ma a me lei piace, mamma.

LEI: Lo so. Ma devi promettermi di non parlare più con lei. Se telefona dille che non puoi parlare, d'accordo?
FIGLIA tace
LEI: D'accordo?
FIGLIA: D'accordo, mamma.
LEI: Ora dormi, piccola. Dormi.
FIGLIA: E tu?
LEI: Anch'io vado a letto presto. Ho ancora qualcosa da fare. (La luce si spegne, un attimo dopo si accende di nuovo)
FIGLIA (dorme)
LEI (accende la radio. Musica di Glenn Miller. Poi la voce del GIORNALISTA)
GIORNALISTA: Saluto come ogni venerdì la nostra psicologa, la dottoressa Rebecca Isaacovitch. Oggi parleremo della paura. Vi invitiamo a telefonare. Di cosa avete paura? Come superate la paura? Si può sconfiggerla? Bene, dottoressa, si può combattere efficacemente la paura?
PSICOLOGA: E' del tutto soggettivo. Dipende, se è forte, se dura da molto tempo, cosa l'ha provocata. Arrendersi alla paura è come autodistruggersi. La persona che ha paura è insicura, non pensa ad altro. Cerca di nasconderla, ma la paura diventa sempre più forte - le mani tremano, sudano, la voce è incerta, la fronte si copre di sudore. La paura uccide. E' difficile superarla.

Mentre la PSICOLOGA parla, LEI fa il numero della trasmissione.

LEI:Avrei qualcosa da dire.
GIORNALISTA
: Dottoressa, abbiamo la prima telefonata. L'ascoltiamo.
LEI: Non è detto che la paura sia accompagnata dalle manifestazioni che lei ha detto.
PSICOLOGA: Noi ci siamo già sentite la scorsa settimana, vero?
LEI: Sì. Sono io. Dottoressa, lei fa di questo problema un'astrazione. Non è come ha spiegato lei.
PSICOLOGA: Ma può esserlo.
LEI: Sì… Ma non si deve generalizzare. A volte si ha solo… paura del mondo, paura della vita. Allora non tremano le mani, né la voce, non suda la fronte. Ma la paura del mondo è così paralizzante da togliere la voglia di vivere. E all'improvviso tutto diventa buio.
PSICOLOGA: Lei si riferisce a una persona precisa, vero?
LEI: Sì.
PSICOLOGA: A suo marito?
LEI: A mio marito? Sì, parlo di lui. E di nostra figlia.
GIORNALISTA: C'è qualcosa di cui sua figlia ha paura?
LEI: Oggi mi ha detto...(piange) Oggi mi ha detto che ha paura… che io… che io… possa impazzire.
PSICOLOGA: Perché secondo lei ha detto questo?
LEI: Perché è… straordinariamente intelligente. Come lui. Io posso dare a intendere di non vedere, posso fingere che lei abbia torto, ma non posso ingannare me stessa.
PSICOLOGA: Lei come si sente?
LEI: Io ho paura.
PSICOLOGA: Per se stessa?
LEI: Per lei. Ho paura che non sappia cavarsela nella vita, quando non ci sarò più. E' così fragile, delicata, sensibile. Perché è come lui… un solo granello di polvere, un semplice respiro possono annientarla. E io l'ho sempre protetta…
PSICOLOGA: Può essere pericoloso essere troppo protettivi.
LEI: Cosa devo fare… allora?
PSICOLOGA: Per lei sua figlia è un sostegno?
LEI: Sì.
PSICOLOGA: E lei lo è per sua figlia?
LEI: Non saprei. Mi scusi, non voglio tenere occupata la linea.
GIORNALISTA: Per favore non se ne vada. Non riattacchi.
LEI: Perché… Perché non so chi di noi… sia la madre.
PSICOLOGA: Sua figlia è rimasta in contatto col padre?
LEI: Ho già detto che è morto.
PSICOLOGA: Mi era sembrato che il padre biologico fosse ancora vivo.
LEI: Cosa significa padre biologico? Non significa proprio nulla. Lei ha un padre meraviglioso che… che è morto nel '24.
PSICOLOGA: Devo dirglielo: credo che soffra a causa sua. Che lei la faccia soffrire, e che faccia del male anche a se stessa.
LEI: E lei cosa ne sa? Lei di nuovo non capisce. Lei non capisce. In che modo la farei soffrire? Perché le ho regalato un padre?
PSICOLOGA: Perché le ha tolto il padre.
LEI: Questa conversazione non ha senso. Mi scusi.

Riattacca.

Dalla radio:

PSICOLOGA: La prego, vorrei aiutarla. Richiami per favore. Se fosse disposta ad incontrarmi…

Dopo queste parole LEI spegne la radio. Va alla finestra. E' notte. Resta alla finestra. Piange. Si avvicina al letto. Si siede sul letto. Osserva la FIGLIA che dorme. Le dà un bacio sulla fronte.

LEI (sussurrando): Vedi… Abbiamo una figlia stupenda. Ti ha salvato. Ti ricordi i nostri progetti? Volevamo aprire un piccolo caffè. Lo faremo.

Si corica accanto alla ragazza.

La luce si spegne.

LEI: Figlia mia. La nostra piccola. La mia bambina senza vita.

 

[ ** Fa parte del racconto di Kafka "Preparativi di nozze in campagna". La traduzione è quella di Ervino Pocar, in: Franz Kafka, Tutti i racconti, Mondadori, p. 76]

 

 

FINE DEL PRIMO ATTO

 

 

 

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