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FRANZ KAFKA

UNA RELAZIONE PER UN'ACCADEMIA


Una lettura

 

Possono bastare poche frasi, purché inequivocabilmente significative, per spiegare un contenuto, per chiarire un concetto. Ed è una felice coincidenza se ciò si verifica in un autore normalmente criptico come Kafka. Tale 'miracolo logico' si realizza nel racconto "Una relazione per un'Accademia", ma non è una novità inedita in un autore che ci ha abituato al gioco del linguaggio e dei rimandi significativi in esso sottesi.

 

Una scimmia fattasi uomo (ricordiamo che il termine scimmia in tedesco è maschile) parla davanti all'Accademia, e già la sua prima dichiarazione contiene qualcosa di familiare per chi conosce la narrativa di Kafka, poiché dice che da cinque anni ha lasciato la vita animale per diventare uomo a tutti gli effetti. Con ciò essa documenta una "metamorfosi" in senso inverso (rispetto a quanto descritto ad esempio nella Metamorfosi stessa), un passaggio dall'animale all'uomo anziché dall'uomo all'animale.

 

Spesso troviamo nella narrativa kafkiana allusione a questi cinque anni, o la ripetizione del numero cinque in riferimento ad elementi che astraggono dall'oggetto vero e proprio della narrazione, al punto da farci ritenere che si tratti di qualcosa di simbolico e significativo al di là del contesto.

 

Il passaggio dalla vita animale a quella umana avviene durante un viaggio per mare - elemento metaforico che sembra voler suddividere le due fasi della sua vita e al contempo rendere manifesto, attraverso la metafora del viaggio, il passaggio dall'una all'altra - su un bastimento altrettanto metaforico, in cui le persone hanno comportamenti particolari: tossiscono, sputano, si muovono molto lentamente, si attaccano alla bottiglia - che essa imparerà ad imitare. La sua vita, minacciata, ridiventa a poco a poco accettabile attraverso un percorso contrassegnato dal progressivo abbandono della forma animale e dall'acquisizione delle facoltà di un uomo europeo di buona cultura, perchè - afferma - ciò che minacciava la sua vita era la sua "natura scimmiesca".
Il racconto offre indicazioni sulla strada percorsa per 'diventare uomo', tra cui "il mostrare la lingua a chi mi si avvicinava".

 

La lotta per la vita (notiamo che la guarigione dalle ferite ricevute solo in un secondo tempo diventa, quasi impercettibilmente, passaggio allo stato umano) ha accenti drammatici e si rivela particolarmente dura: ricorda "cupi singhiozzi colpi con la testa alla parete della cassa", il fatto che " si lottava insieme contro la mia natura scimmiesca ", e dubbi sul risultato raggiunto sussistono ancor oggi: " lessi che la mia natura scimmiesca non sarebbe ancora del tutto soffocata".

 


L'interpretazione del racconto deve tener conto della valenza metaforica degli elementi già individuati come tali, il viaggio per mare e il bastimento, cercando di vedere in ottica analoga anche altri momenti della narrazione - tra cui il senso della doppia natura del protagonista e della trasformazione stessa.

Prescindiamo quindi dall'ambiente marinaresco e proviamo invece - coerentemente con l'interpretazione di altri racconti kafkiani - a considerare la narrazione in senso medico, cui per altro fa esplicito riferimento il fatto del ferimento e del pericolo di vita in cui il protagonista versa: ci vengono allora in mente (in relazione al comportamento dei marinai) gli attacchi di tosse e di espettorazione della tbc da cui era affetto l'autore, la stanchezza che tipicamente rallenta i movimenti, le cure somministrate probabilmente per bocca (a cui il protagonista, coerentemente col rifiuto a curarsi dell'autore descritto nei suoi "Diari", dichiara di essersi abituato con molta fatica). Così non è difficile ritrovare nei colpi che l'hanno ferita l'allusione ad uno inizio di malattia, mentre il viaggio per mare illustrerebbe l'insieme delle cure e delle difficoltà affrontate per superarla, di cui documenterebbe il passaggio alla salute, mentre il bastimento come luogo in cui ciò si verifica potrebbe rappresentare un ospedale o un altro luogo di cura.

La storia è quindi facilmente paragonabile a quella di una guarigione, apparentemente incompleta, avvenuta per gradi e con molte difficoltà - il collegamento con la vicenda esistenziale dell'autore è immediato.

 

Quest'interpretazione è possibile ovviamente se prendiamo alla lettera le metafore kafkiane - cosa non sempre auspicabile ma a cui ci sentiamo autorizzati in questo caso, dato che la caratterizzazione del luogo come luogo di cura si ritrova anche altrove nella sua opera, ovviamente sotto metafora.
Ne è esempio "Primo dolore", in cui compare la figura di un acrobata che passa tutto il suo tempo, giorno e notte, su un trapezio. Quel tipo di vita non è dovuto a un capriccio, ma piuttosto alla salubrità del vivere a quell'altezza, accresciuta dall'abitudine a tenere sempre le finestre spalancate, come dice il testo. Poiché i trapezi, evidentemente, non hanno finestre, non può che trattarsi di un'allusione metaforica ad altro. L'aria salubre - come l'aria di montagna - e il lasciare aperte le finestre è una necessità per chi è affetto dalla stessa malattia di Kafka, e corrisponde alle abitudini di vita dei sanatori, costruiti in alto sui monti [1].

 

Alla lotta per la vita la scimmia unisce la ricerca disperata di un'ancora di salvezza, di una via d'uscita, di una ragione di vita quando la vita fisica è seriamente compromessa. La trova nell'arte: al suo arrivo al porto d'Amburgo inizia a lavorare nel varietà. E' la scelta definitiva, la soluzione che le consente di superare le ferite, la prigionia e la morte.

Se riflettiamo sul significato esistenziale della letteratura, da Kafka spesso evidenziato, l'esperienza della scimmia sottolinea il senso dell'attività artistica come mezzo di superamento e sublimazione dell'esperienza di malattia, da cui la vita può trarre nuovo senso. Se questa non può restituire la salute (la "libertà" vera e propria) offre tuttavia una soluzione di compromesso che consente di "andare avanti", consente un equilibrio interiore faticosamente autoimposto attraverso calma e disciplina, ed ottenuto anche grazie all'aiuto della "gente della nave".

Il discorso sull'arte si corona col riferimento ai suoi "maestri", un primo e poi altri cinque (il loro numero si deduce dall'aver assegnato loro cinque stanze). Proseguendo nel nostro esame del testo in parallelo alla vita di Kafka ne deduciamo che, trattandosi di maestri in senso artistico ed essendo l'arte di Kafka la letteratura, si debba pensare a dei letterati o a degli scrittori. Del primo l'autore fa la seguente allusione: "il mio primo maestro divenne egli stesso quasi una scimmia e dovette abbandonare presto l'insegnamento per essere ricoverato in una casa di salute. Fortunatamente ne uscì dopo poco tempo": il riferimento alla malattia è più che evidente. Da questa frase emerge senza più alcun dubbio ed in modo assolutamente esplicito il valore metaforico della figura animale in relazione alla patologia, il cui decorso e il cui peso esistenziale Kafka vuole illustrare.

 

Ci vengono in aiuto anche i frammenti che precedettero la stesura finale di questo racconto, pubblicati da Mondadori accanto alla redazione definitiva.
L'ultimo di questi è un brano epistolare, il cui autore immaginario
(il "primo maestro") rimprovera a Kafka di aver rivelato, nel racconto in questione, un suo segreto, che tale doveva rimanere: il fatto di essere stato ricoverato in sanatorio. Si parla poi di altri "cinque maestri", da cui Kafka apprese metodo o tecnica (e forse etica e significato) della letteratura: che egli li abbia "assunti di persona" indicherebbe che li ha presi, liberamente, a modello, tanto nella letteratura quanto nella vita [2].

 

Torniamo ora ai due "colpi" da cui il protagonista fu ferito e da cui ebbe inizio la sua prigionia. Essi non solo contengono un riferimento al meccanismo proprio dell'infezione tubercolare - che si evolve con una leggerissima fase primaria in giovane età destinata di solito a guarigione spontanea, e con un aggravamento a distanza di anni, la malattia vera e propria: il primo colpo lasciò solo una piccola cicatrice, il secondo fu più grave e lasciò conseguenze (la scimmia zoppica ancora) - ma probabilmente anche ad episodi concreti della sua vita. Kafka ebbe una prima manifestazione tubercolare alla fine del 1902 e fu ricoverato in sanatorio nella primavera-estate del 1903. Ma deve esserci stata una ricaduta (il secondo colpo, ben più grave), se i ricoveri ripresero nel 1905 e 1906 [3], per interrompersi poi per cinque anni fino al 1911. E qui possiamo riallacciarci alla considerazione dei cinque anni, anni di relativo benessere intercorsi da allora, che ci inducono a far coincidere il periodo di riferimento del racconto, che non necessariamente coincide con la data della pubblicazione, con un periodo di tranquillità, ossia di temporanea remissione della malattia.
Alludono alla malattia anche la "tosse" del personale della nave (gli altri pazienti), e l'allusione alla sua infettività ("Si lamentavano continuamente che le mie pulci saltassero addosso a loro..." [4]).
Resta solo da notare come la malattia, o la sua consapevolezza, sia caratterizzata da un risveglio in cui il protagonista si accorge di colpo dei mutamenti intervenuti: è la stessa situazione della "Metamorfosi" di Gregor Samsa, a cui questo racconto sottilmente si ricollega anche per il riferimento alla "gabbia", qui una gabbia vera e propria, là una rigida corazza d'insetto, entrambe atte ad illustrare la costrizione e la staticità del corpo debilitato
.

 


[1] Qualcosa di simile vi è anche in "Indagini di un cane", per la cui interpretazione rimando al saggio "Franz Kafka. La scrittura immanente", ed. Libuk

[2] In "Franz Kafka. La scrittura immanente", III capitolo, ho fatto un'ipotesi su chi potessero essere questi "maestri".

[3] Il ricovero del 1903 è testimoniato da Hartmut Binder, in : "Kafka-Handbuch in zwei Bänden", Stuttgart, Alfred Kröner Verlag, 1979, vol. I, p. 278, mentre tutti questi episodi sono stati ricostruiti nel terzo capitolo del saggio "Franz Kafka. La scrittura immanente".

[4] Le pulci hanno significato analogo nel racconto del "lungo pudibondo" che ho commemtato nel III capitolo di "Franz Kafka. La scrittura immanente".

 

Franz Kafka, "Una relazione per un'Accademia", in: "Tutti i racconti", Milano, Mondadori, trad. di Ervino Pocar

 

 

NB: Questo articolo è solo un approfondimento di quanto già inserito nel libro "Franz Kafka. La scrittura immanente" ed. Libuk. E' in quel saggio che ho spiegato come e con quale percorso sono arrivata a trarre le deduzioni su cui si fonda anche la presente interpretazione.

 

 

 

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