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medicina e letteratura

 

Gabriella Alù vive a Palermo e si interessa di letteratura. Appassionata di Proust ha fondato e cura il sito www.marcelproust.it

Gabriella Alù


Marcel Proust -
malattie reali e malattie letterarie

 

 

Ne "La strada di Swann", a proposito della morte della zia Léonie, che aveva trascorso gran parte della sua vita distesa sul letto della sua camera di Combray, lamentando ogni genere di malattie e nutrendosi quasi esclusivamente di acqua di Vichy, Proust scrive:

 

"...giacchè alla fine era morta, decretando il trionfo sia di coloro che pretendevano che il suo regime debilitante avrebbe finito con l'ucciderla, sia degli altri che avevano sempre sostenuto che soffriva di una malattia non immaginaria ma organica, alla cui evidenza gli scettici sarebbero ben stati costretti ad arrendersi quando lei ne fosse stata sopraffatta"[1].

 

Con queste righe Proust sembra preannunciare - con quella sorta di singolare preveggenza che troviamo spesso nei suoi scritti e che non finisce di lasciare stupefatti tutti i conoscitori della sua vita e della sua opera - ciò che accadrà alla sua stessa morte.

Quando infatti, il 18 novembre 1922, si diffuse la notizia della morte di Marcel Proust a soli 51 anni, essa venne accolta con una iniziale incredulità.

A furia di starsene chiuso dentro la sua stanza semibuia e surriscaldata lamentandosi continuamente di ogni sorta di malanni in una interminabile litania, Proust si era ormai fatto la fama, tra i suoi conoscenti, di un malato - se non immaginario - certo molto eccentrico.

 

Solo dopo che Céleste Albaret (la sua fedele governante) ed il fratello Robert confermarono la notizia, essa fu creduta: la morte di Proust era stata anche troppe volte annunciata - e dallo stesso Proust - quando, ancora ben vivo e vegeto, parlava e scriveva di se stesso come di un morto: "...Ho trascorso lunghi anni in una tomba... Il morto forse si può alzare un poco...Vivo in una specie di morte interrotta soltanto da brevi risvegli...Una malattia che è una specie di morte...Ho attraversato un nuovo periodo di morte..." e via su questo tono.

 

Marcel Proust, asmatico sin dall'infanzia, morì a causa di una polmonite le cui complicazioni furono determinate non solo dai microbi, ma dal suo comportamento.

Rifiutando ogni genere di cura ed il ricovero in clinica, egli manifestava l'orrore per l'avvilimento del corpo, il rifiuto di quello che oggi chiameremmo "accanimento terapeutico" ma anche, allo stesso tempo, la certezza di un compito giunto al suo adempimento: qualche sera prima infatti, dopo aver posto la parola "fine" al manoscritto del "Tempo ritrovato", aveva detto a Céleste: "Ora posso morire".

 

Aveva vissuto gli ultimi tre anni nella rappresentazione di una vera agonia, sempre coricato, non uscendo più che molto raramente e solo di notte. Tutto questo per curare, certo, la propria malattia (l'asma) ma anche per consolidarla, mantenerla. Sono molti coloro (ed io tra questi) che pensano che, in realtà, Proust non abbia mai voluto davvero guarire.

 

Negli ultimi cinque mesi si era nutrito quasi esclusivamente di un caffè ed un croissant al giorno. Il pittore Paul Helleu che, assieme al fotografo Man Ray si recò al suo letto di morte, chiamato da Robert che voleva un ultimo ritratto di Marcel, disse: "Non potete immaginare quanto possa essere bello, il cadavere di un uomo che non ha mangiato nulla per tutto quel tempo. Tutto il superfluo è scomparso".

 

La prima crisi d'asma, Proust l'aveva avuta a nove anni, nella primavera del 1881, dopo una lunga passeggiata al Bois de Boulogne in compagnia dei genitori: Marcel, racconta Robert Proust "fu colto da una terribile crisi di soffocamento davanti a mio padre terrorizzato".

 

Sull'asma di Proust si è detto di tutto ed il contrario di tutto; le interpretazioni si sprecano. Se ne sono cercate le cause psicologiche: gelosia nei confronti del fratello minore Robert? Desiderio di aver la madre sempre vicina e tutta per se?...Ansietà, paura della solitudine, nervosismo?

 

Certo, su un dato oggettivo e fisiologico il paziente può sviluppare manifestazioni psicologiche e il malato stesso può provocare le sue stesse crisi, ma lo sviluppo è secondario, non primario.

Proust, però, asmatico lo era davvero.

Le crisi d'asfissia duravano anche trenta o quaranta ore durante le quali non poteva respirare, mangiare, scrivere, parlare; impallidiva, aveva sudori freddi, il corpo gelava, la febbre saliva...

Nella sua opera letteraria egli ha descritto una sola volta una crisi di asma, e lo ha fatto in una novella: "L'indifferente":

 

"Un bambino che da quando è nato respira senza nemmeno rendersene conto non sa quanto l'aria che gonfia così dolcemente il suo petto tanto da non accorgersene neppure, è essenziale alla sua vita. Gli succede, durante un accesso di febbre, una convulsione, di soffocare? Nello sforzo disperato del suo essere, è per la sua vita, che lotta, è per la sua tranquillità perduta, che egli non ritroverà che con l'aria dalla quale non lo sapeva inseparabile".

 

Basterebbe questa struggente descrizione per convincerci dei tormenti che l'asma gli procurava.

Dunque Proust non fu certo un malato immaginario, ma è pur vero che - non sappiamo quanto consapevolmente - si abbandonò al suo male facendo dell'asma, in particolare dal 1895, un complicato sistema di abitudini e rituali che trasformarono completamente la sua vita e che serviva per combattere l'asma ma, allo stesso tempo, per mantenerla in vita. Dopo tanti anni di frequentazione dei salotti parigini, diventò il recluso della stanza rivestita di sughero, sempre immerso negli effluvi delle fumigazioni.

Come la zia Léonie della "Recherche" (e della zia reale Elisabeth Amiot, alla quale il personaggio letterario si ispira) trascorse gli ultimi anni della sua vita sdraiato sul letto.

Imparò a utilizzare la sua malattia per evitare obblighi mondani che avrebbero intralciato quello che ormai era diventato l'unico scopo della sua vita (e la sua vita stessa) e cioè la stesura della Recherche.

Nel fluviale, monumentale epistolario a riordinare il quale l'americano Philip Kolb dedicò l'intera esistenza sono innumerevoli i biglietti, le lettere con le quali Proust declina questo o quell'altro invito, si scusa di non potere scrivere il tale o il talaltro articolo per una rivista adducendo sempre motivi legati al suo stato di salute.

Innumerevoli le cattive notizie sui malanni che - si affanna a spiegare - gli impediscono di scrivere al suo interlocutore più a lungo di quanto desidererebbe e che però hanno l'effetto paradossale di rendere le sue lettere...interminabili!

 

 

La "Recherche" pullula di malati e di descrizioni dello sfacelo provocato dalle malattie. Solo qualche esempio: il narratore (soffre d'asma), la zia Lèonie, la devastante malattia della nonna, la malattia (e la morte annunciata) di Swann, la malattia e morte dello scrittore Bergotte, la malattia mortale della grande attrice Berma, la malattia di Brichot (che lo porta alla totale cecità).

La stessa omosessualità viene a chiare lettere definita come una "malattia" così come una "malattia" contagiosa è considerata la guerra.

Vecchiaia e malattia devastano e stravolgono a un punto tale l'essere umano che la morte stessa appare molto meno terrificante e, di fronte ad esse, persino augurabile.

 

Figlio e fratello di due illustri chirurghi, circondato da amici di famiglia che erano anche medici molto noti per la loro competenza professionale, Marcel, eccellente cliente delle farmacie, fu sempre un pessimo paziente.

Non accettò mai di farsi curare, non seguiva i consigli dei dottori, faceva tutto da solo. A parte un brevissimo soggiorno in clinica subito dopo la morte della madre, Marcel Proust si è sempre considerato troppo malato per essere curato e la sua ostinazione fino all'ultimo a non rivolgersi ai medici è stata sempre così ferrea da far pensare che, in realtà, non abbia mai voluto davvero guarire.

L'elenco dei mali che lamenta è sterminato: oltre l'asma, c'è lo stomaco, il cuore, l'intestino, reumatismi, vertigini... Marcel si sceglie le medicine senza chiedere il parere di nessuno; adrenalina, caffeina, sparteina, trional, veronal, morfina...oltre naturalmente le famose polveri Legras e le sigarette Espic, l'inalatore, le fumigagioni. Negli ultimi anni si convinse che la birra gelata calmasse la sua asma e ogni notte mandava Céleste a prenderla all'Hotel Ritz.

 

Cresciuto dunque in un ambiente di medici, la sostanziale sfiducia che nutriva nei confronti del corpo medico viene fuori con chiarezza nella sua opera letteraria: è molto significativo che il personaggio di un grande professionista come Cottard sia rappresentato come un imbecille, che il dottor Boulbon si riveli un medico disastroso e che mentre la nonna del Narratore è in preda ad un attacco fatale il professor E.... (indicato così, con la sola iniziale), chiamato d'urgenza, si preoccupi solo della scelta della decorazione che deve mettersi all'occhiello.

In "Sodoma e Gomorra" c'è un brano illuminante, quasi una vera e propria requisitoria contro i medici:

 

"Gli errori dei medici non si contano [...] Disturbi gravi, ma funzionali, vengono spesso attribuiti a un cancro immaginario [...] Se il malato, abbandonato a se stesso, s'impone un regime rigoroso e finisce col guarire o perlomeno col sopravvivere, il medico, vedendosi salutare in avenue de l'Opéra da qualcuno che credeva da tempo al Père-Lachaise [2] coglierà nella scappellata un gesto di beffarda insolenza. Un'innocente passeggiata fatta sotto il suo naso, in barba alla sua autorità, non irriterebbe di più un presidente di Corte d'Assise che, due anni prima, avesse condannato a morte lo spavaldo bighellone. I medici [...] sono, in genere, più contrariati, più scontenti dell'invalidazione del loro verdetto, che contenti della sua esecuzione".[3]

 

La diffidenza di Proust nei confronti dei medici può forse essere spiegata tenendo presente una delle caratteristiche principali della sua teoria della conoscenza, secondo cui non ci può essere vera conoscenza senza sofferenza:

 

"Solo la malattia ci fa notare e capire e ci permette di scomporre i meccanismi che, altrimenti, non conosceremmo. Un uomo che ogni sera piomba come un masso sul suo letto e non vive più sino al momento di svegliarsi e d'alzarsi, un uomo siffatto penserà mai di fare, se non delle grandi scoperte, perlomeno delle piccole osservazioni sul sonno? A malapena sa di dormire". [4]

 

E dunque, poichè i medici sono persone che affermano di capire il funzionamento del corpo anche se la loro conoscenza non ha avuto origine nella sofferenza del "loro" corpo, ma hanno seguito solo dei corsi di medicina, non sono credibili quando dicono di volere e potere alleviare le sofferenze altrui.

 

Se da una parte dunque la malattia provoca un dolore che può essere anche terribilmente devastante, l'ipersensibilità che da esso deriva può rivelarsi un formidabile strumento cognitivo.

 

Elementi fondamentali dell'arte letteraria di Proust e della sua strategia compositiva sono, come è noto, la metafora, lo spostamento, la condensazione, la frammentazione.

Non può stupire quindi che egli - con uno di quegli "spostamenti" in cui è maestro e che spesso adopera per depistare il lettore - affidi proprio al personaggio del dottor du Boulbon (rappresentato con feroce sarcasmo) il suo pensiero più profondo sul rapporto tra malattia ed arte, facendo pronunciare al dottore parole che esaltano a tal punto la potenzialità creativa dei nevrotici e dei malati in genere da farne una sorta di vero e proprio inno trionfale a coloro che il dottor du Boulbon non esita a definire "il sale della terra":

 

"...Sono essi [i nevrotici] e non altri, che hanno fondato le religioni e composto i capolavori. Mai il mondo saprà quello che deve loro, e soprattutto ciò che essi hanno sofferto per darglielo. Noi gustiamo le incantevoli musiche, i bei quadri, mille cose raffinate, ma non sappiamo ciò che esse sono costate a coloro che le inventarono, in insonnie, pianti, risa spasmodiche, orticarie, asme, epilessie, e in un'angoscia di morire, che è peggio di tutto quanto". [5]


 

[1] Marcel Proust, Dalla parte di Swann, in: Alla Ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, I Meridiani, vol.I, trad. Giovanni Raboni (su)

[2] Il Père-Lachaise è il più grande cimitero di Parigi. Vi si trova anche la tomba dello stesso Proust (su)

[3] Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, in: Alla Ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, I Meridiani, vol.II, pagg.769-70, traduzione di Giovanni Raboni (su)

[4] Ivi 782 (su)

[5] Marcel Proust, La parte dei Guermantes, ivi 367 (su)

 

 

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